AMORE E PSICHE

Amore e Psiche

Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822), Amore e Psiche stanti 1796 – 1800, gesso, 148 x 68 x 65 cm Montebelluna, Collezione privata

Il mito di Psiche è oggetto di particolare attenzione da parte di numerosi artisti, pittori soprattutto, alla fine del Settecento, ma è solo Canova che lo reinventa connotandolo di significati filosoficoromantici.

Celeberrime sono le versioni di Amore e Psiche che si abbracciano, e quella, esposta in mostra, di Amore e Psiche stanti. Si potrebbero definire le versioni moderne del tema di Amor Sacro e Amor Profano. Al gruppo, «di carattere assai caldo ed appassionato», di Amore e Psiche che si abbracciano (1794-1796) si contrappone infatti il gruppo “platonico” (definizione di Canova) di Amore e Psiche stanti (1796-1800): opere entrambe del genere delicato e gentile, fatte di «molle carne più che dura pietra». Qui la bellezza è eminentemente spirituale, trascende i sensi. Capolavoro di abilità esecutiva paragonabile ai rami d’alloro nel gruppo di Apollo e Dafne di Bernini, ammiratissimo da Canova – si sublima nel richiamo spirituale a un destino superiore. Così la contemplazione sulla farfalla sembra un monito sulla fugacità dell’amore e della bellezza, della giovinezza e della vita stessa, rinviando ai versi danteschi citati già nelle fonti:

O superbi cristian [...] non v’accorgete voi che noi siam vermi nati a formar l’angelica farfalla che vola alla giustizia senza schermi?
(Purgatorio X, 124 – 126)

Il marmo fu scolpito, nella prima versione, per il colonnello John Campbell, ed entrò poi nella collezione di Gioacchino Murat, si trova al Louvre. La replica, destinata inizialmente ancora a Campbell, fu ceduta a Joséphine de Beauharnais (1802-1803). Esposta al Salon parigino del 1808, fu acquistata, assieme agli altri marmi canoviani dell’ex imperatrice, dallo zar Alessandro I nel 1815 e si trova all’Ermitage di Pietroburgo.

Il nostro gesso, spedito da Roma a Possagno nel 1829, assieme ad un altro simile oggi a Possagno, fu donato al conte Filippo Canal dall’erede universale di Canova, Giambattista Sartori: il nobile aveva sposato infatti la nipote del Sartori, Antonietta Bianchi, vedova di Pietro Stecchini.