DALLA BELLEZZA CLASSICA
AL TEOREMA PERFETTO

Formatore dell’ambito di Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822), Gladiatore Borghese 1806, gesso, 157 x 132 x 66 cm Padova, palazzo Papafava, collezione privata (fotografia di Fabio Zonta)

Formatore dell’ambito di Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822), Gladiatore Borghese 1806, gesso, 157 x 132 x 66 cm Padova, palazzo Papafava, collezione privata (fotografia di Fabio Zonta)

Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822), Creugante 1806, gesso, 218 x 125 x 66 cm Padova, palazzo Papafava, collezione privata (fotografia di Fabio Zonta)

Antonio Canova (Possagno, 1757 – Venezia, 1822), Creugante 1806, gesso, 218 x 125 x 66 cm Padova, palazzo Papafava, collezione privata (fotografia di Fabio Zonta)

I quattro gessi presenti in queste sale consentono di ricreare l’ambiente programmato da Canova nel salone di palazzo Papafava a Padova, dove venne collocato l'Apollo del Belvedere, la celebre statua antica, a confronto con il Perseo trionfante di Canova, e il Gladiatore Borghese, altra opera antica celeberrima, a paragone con il Creugante canoviano.

Per la prima volta le opere vengono esposte unitariamente in una mostra sui loro basamenti originali, restaurati per l’occasione.

A creare questi contrapposti fu il conte Alessandro Papafava (1784-1861) – in mostra il Ritratto di Alessandro con il fratello Francesco di Angelica Kauffmann – che aveva frequentato a lungo Canova a Roma, e che nel 1806 fece realizzare, sotto la supervisione del grande scultore, i quattro gessi, affinché fossero permanentemente messi a confronto, secondo il topos del paragone tra Antico e Moderno.

Siamo nell’ambito del cosiddetto “teorema perfetto”, dove Antico e Moderno sono in parallelo, dialogano e al contempo sono in competizione: due marmi antichi e due opere di Canova.

Il confronto consente d’introdurre un tema caro alla proposta critica di Luigi Coletti: l’originalità e l’indipendenza di Canova furono la via per il superamento del neoclassicismo più rigoroso.
Nello scultore convive così la bellezza dell’Antico, che l’artista ama senza idolatrare, ma anche la modernità dell’annuncio romantico.
Il Perseo esprime eleganza più che forza, diventando anticipatore così della sensibilità ‘romantica’. Lo certificano le parole di Stendhal:

Il Perseo è molto attraente e piace alle donne più dell’Apollo; è simile al San Michele della chiesa dei Cappuccini, a piazza Barberini. [...] È proprio obbligatorio ammirare l’Apollo? Perché non confessare che è molto più bello il Perseo di Canova?”
(Stendhal, Promenades dans Rome, 1827).